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Bici e Corona Virus, non solo Italia

pista cop

Ormai è passato un mese dall’inizio del “Lockdown” e, come ormai sappiamo, i decreti si sono susseguiti parallelamente al cambiare della situazione sanitaria. Cambiando i decreti, cambiano le regole e ovviamente cambiano le cose che possiamo o non possiamo fare. Noi ciclisti, quindi, ci chiediamo se, ad oggi, ,è lecito usare la bicicletta.

Disaffezione ai mezzi pubblici: soluzione bici

Sarebbe auspicabile iniziare a pensare che la bici sia la soluzione principale alla disaffezione nel breve e medio termine all’uso dei mezzi pubblici. In Danimarca, in Germania, in Olanda, nel Regno Unito e negli Stati Uniti le autorità che si sono poste il problema hanno già dato proposte e raccomandazioni, orientate ad affrontare il presente e l’immediato futuro. Un futuro non chiaramente prevedibile ma dove, c’è da scommetterci, resterà un’onda lunga di “paranoia” nel salire nuovamente sui mezzi pubblici per paura di contagiarsi. E anche in auto con persone che non fanno parte della propria cerchia familiare. Ora, durante il lockdown, il divieto di circolare non è assoluto, ma l’uso della bici dev’essere moderato al solo scopo utilitaristico, senza abusi, senza prese in giro, senza possibilmente farsi male.

Un odio da arrestare

Tuttavia, in questo momento difficile e caotico, si sono viste anche persone, in strada o dalla finestra, inveire nei confronti di coloro che si sono “azzardati” a fare sport. Sono purtroppo volati insulti anche a chi stava usando la bicicletta nel percorso casa-lavoro o nell’esercizio delle proprie funzioni, professionali o di volontariato. Un limite culturale che sfocia in manifestazioni di disapprovazione, in aumento a causa della crescente e generale isteria.

Il parere medico favorevole

Il Dr. Christian Garzoni, specialista in medicina interna generale e malattie infettive nonché Direttore sanitario della Clinica Luganese Moncucco è stato chiaro: <<Non mi spiego innanzitutto il divieto di uscire in bicicletta per gli sportivi, se non per il fatto che sia legato al rischio di trauma o politrauma. Non penso proprio che una persona in bici si possa infettare, salvo il caso in cui si fermi a chiacchierare con qualcun altro da vicino: va ricordato che il virus si trasmette con contatti prolungati sotto i 2 metri. Oltretutto la gente è bloccata in casa e non fa più movimento: questo non fa bene alla salute. L’attività fisica in generale riduce il rischio di infezioni, come ampiamente dimostrato con la possibilità di contrarre la normale influenza. >>

Le opportunità da cogliere: all’estero chiare sin da subito

Ha iniziato la Germania con Der Spiegel, che già una settimana fa consigliava la bici più dei mezzi pubblici perché in grado di garantire la distanza sociale e un improbabile contagio dal virus. Come afferma nel suo intervento del ministro della salute tedesco Jens Spahn, confermato anche da scienziati di fama nazionale.

In Germania il messaggio che è si è voluto far passare è quello che la bicicletta è indubbiamente meglio di metro e bus per fronteggiare il nuovo coronavirus. Nello stesso articolo, il noto pneumologo teutonico Michael Barczok, ha dichiarato che la possibilità di inalare il Covid-19 è “zero”.

In Danimarca, dove l’investimento delle infrastrutture ha portato Copenhagen agli onori delle cronache di tutto il mondo, all’apice della raccomandazioni governative relativamente ai trasporti ce n’è semplicemente una, chiarissima, legata alle due ruote: evitare del tutto i mezzi pubblici nelle brevi distanze e di conseguenza andare a piedi e in bicicletta. Auto nemmeno contemplata.

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Ad Amsterdam, nella quale la distanza sociale ufficiale è di 1,5 metri, la stessa consigliata a livello mondiale per il sorpasso delle biciclette e dove notoriamente andare in bici al posto del trasporto pubblico è implicito, si trovano diverse opinioni favorevoli. I virologi, sempre pochi giorni fa, hanno raccomandato tramite i media l’uso della bicicletta, anche affiancati ma non in gruppi numerosi, a patto di mantenere le giuste distanze. Raccomandano l’uso della bicicletta perché il movimento è fondamentale per il sistema immunitario che, in questo momento, va mantenuto con grande cura alla massima funzionalità.

Da Londra ci ha pensato The Guardian a lanciare per primo il sasso nello stagno. La federazione ciclistica inglese ha sollecitato le autorità di consentire la pratica sportiva sia per evitare il contagio sia pensando alle conseguenze di medio e lungo termine della vita sedentaria per i diabetici o per i malati di patologie cardiovascolari. Al posto di vietare quindi è richiesto di spingere l’uso della bici in totale sostituzione dei mezzi pubblici a corto raggio e la ricetta è facile: secondo il prestigioso quotidiano è sufficiente dedicare apposite corsie stradali alla circolazione ciclistica con una semplice e veloce posa di coni.

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Un po’ come ha fatto Bogotà, una città caotica e pericolosa, che da vent’anni combatte contro inquinamento e criminalità grazie alle restrizioni del traffico. E che per prima ha ottenuto e misurato grandi miglioramenti su tutti i suddetti aspetti grazie alla circolazione delle persone in bici. La segreteria del sindaco ha comunicato ufficialmente che «come mezzo individuale, la bicicletta rappresenta una delle alternative più igieniche alla prevenzione del virus».

E se città come la nostra Firenze dichiarano un aumento di afflusso al bike sharing cittadino (altre, come Barcellona, purtroppo lo bloccano per evitare una regolare ma costosa sanificazione dei mezzi), metropoli come New York hanno calcolato sui soli ponti dell’East River un aumento del traffico ciclistico del 50% in modo spontaneo.

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Restando nella grande mela, il sindaco De Blasio ha ritenuto di dichiarare che i negozi e i riparatori di biciclette dovessero essere esenti dalla chiusura per continuare a offrire un servizio utile alla popolazione.

In Italia la situazione è assai più complicata.

In via generale, nel penultimo e nell’ultimo decreto anti Covid, sfogliando i codici ATECO, mancava il famigerato 95.29.02, che racchiude le officine per biciclette.

Per l’ennesima volta, insomma, nonostante un parere positivo di Confindustria Ancma all’uso della bici, sempre come mezzo efficace nella prevenzione del contagio, i meccanici e riparatori di biciclette non sono stati tuttavia ritenuti attori di attività economiche “indispensabili” e quindi meritevoli di inclusione nella lista degli esoneri della maxi chiusura.

Si possono comprare le sigarette, insomma, ma se andando a lavorare si avesse bisogno di riparare una gomma o sostituire una catena non sarebbe possibile.

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Il decreto non dice che tutti gli esclusi dalle attività dell’allegato 1 del decreto stesso devono stare chiusi, indicando che restano sempre consentite anche quelle che sono attività funzionali alla filiera di attività a cui è consentito restare aperte e in queste ci possono rientrare senza problema anche le attività di riparazione delle biciclette dei rider, ciclofattorini e tutti coloro che le bicicletta devono usarla per motivi di lavoro poiché soggetti appartenenti alle attività dell’allegato 1.

Chi ritiene di dover stare aperto per offrire il suo servizio può richiedere il permesso attraverso il Modello di Comunicazione ai sensi dell’art. 1 comma 1 lettera d) del D.P.C.M. 22 marzo 2020. (Attività funzionali ad assicurare la continuità delle filiere dei settori di cui all’allegato 1 del medesimo D.P.C.M., dei servizi di pubblica utilità e dei servizi essenziali di cui alla legge n. 146/1990). L’attività di riparazione cicli può essere vista a supporto del settore postale ma anche di quello della distribuzione, o anche solo come riparazione del mezzo per permettere ai lavoratori “obbligati” a recarsi sul posto di lavoro. Il modulo e la procedura da seguire si trovano nei siti ufficiali delle rispettive prefetture.

La chiusura di ciclabili e piste ciclopedonali

Da Nord a Sud, è facile trovare recentemente nelle cronache locali notizie di chiusure di tratti di piste ciclabili o ciclopedonali. Spesso sono in zone turistiche o in tratti che costeggiano fiumi e laghi, anche in Svizzera. Quanto sia opportuno o meno limitare la libertà di praticare un’attività fisica all’aria aperta in questo momento non è in discussione. Anche se l’Oms ricorda con regolarità la necessità di svolgere attività motoria anche in questo periodo a scopo preventivo ma anche per evitare il peggioramento di patologie già in essere.

Tuttavia, a seguito di giusto input dall’alto per evitare gli assembramenti di persone, i singoli sindaci d’Italia hanno ritenuto spesso di aggiungere ai corretti divieti di chiusura dei parchi pubblici anche molti impedimenti alla percorrenza di piste ciclabili o ciclopedonali, sempre in ottica di contenere la diffusione del virus e prevenire la possibilità di avere occasione di farsi male e sovraccaricare un sistema sanitario già fortemente sotto stress. Però le criticità legate a questi fatti sono almeno due. Da un lato, per colpa di pochi non rispettosi delle norme, ci rimettono quegli utilizzatori totalmente autorizzati a muoversi per ragioni di lavoro o necessità, ivi inclusi i leciti acquisti di generi alimentari o farmaceutici. Dall’altra ci rimette la credibilità delle infrastrutture e del codice della strada: una pista ciclabile o ciclopedonale deve essere innanzitutto considerata una “lingua di sede stradale” dedicata al traffico dei velocipedi. Il fatto che siano affiancate spesso da panchine e che tanti individui abbiano continuato a riunirsi all’aperto, violando le imposizioni generali, è solo elemento che offre “aggregazione” e che andrebbe limitato mentre la percorrenza della sede stradale non dovrebbe essere impedita.

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Le ordinanze in corso quindi dovrebbero essere modificate precisando che restano ferme la possibilità di utilizzare le piste ciclabili/ciclopedonali per gli spostamenti strettamente connessi allo svolgimento di attività consentite in forza delle disposizioni statali e regionali vigenti (nonché nelle successive, eventuali disposizioni modificative e/o integrative), con esclusione di qualsiasi utilizzo per finalità ludiche, sportive e ricreative.

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